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Storie dei RAGAZZI DEL VILLAGGIO DEL FANCIULLO
By Patrizia Piccione
24/06/2010


A parole la maggior parte delle persone pare avere assimilato il concetto di globalizzazione e digerito la stratificazione sociale multirazziale. Salvo poi, nei fatti, utilizzare gli episodi di criminalità come pretesto per rispolverare pregiudizi e luoghi comuni a sostegno di posizioni di chiusura verso gli immigrati e i clandestini.
Facendo di tutta l'erba un fascio e sposando, insomma, l'equazione clandestini uguale delinquenza. Il ché avviene, è innegabile, ma a delinquere non sono certo solamente gli stranieri.
L'altra faccia dell'immigrazione, mediaticamente meno succosa dei fatti di cronaca, sono i tanti esempi d'integrazione di chi ha saputo sfruttare al meglio il sogno americano in versione nostrana. Come testimonia nero su bianco, e proprio a Trieste, il reportage per immagini ”Ero straniero. Progetto fotografico 2000 - 2010” del fotografo triestino Fabrizio Giraldi, che ha seguito il percorso d'inserimento lavorativo e sociale di nove ragazzi clandestini ospitati dalla Comunità educativa dell'Opera Villaggio del Fanciullo di Opicina.
Un'inchiesta dalla duplice valenza di mostra fotografica e di feedback del progetto formativo strutturato dalla direttrice della Comunità educativa Ornella Pesaro, in cui il fotografo dell'agenzia LUZphoto ha coniugato la veste di professionista dello scatto con l'esperienza di educatore al Villaggio dal 2000 al 2002. E che a maggio è stata testimonial del convegno di Amnesty International a Torino su immigrazione e integrazione, nonché protagonista del reportage ”Anch'io sono stato clandestino” pubblicato di recente sul settimanale Oggi.
Nove immagini in bianco e nero che raccontano il prima - l'arrivo dei giovanissimi clandestini dal Bangladesh, dalla Cina e dall'Albania - speculari alle nove fotografie a colori che dipingono l'oggi, ossia la loro vita a distanza di dieci anni, con un lavoro, il permesso di soggiorno, una casa e alcuni anche una famiglia. Come il bangladese Robin Hossin, un lavoro come montatore di ascensori navali, e che ha sposato una triestina. Oppure Uzzal Khan, saldatore, che assieme al fratello mantiene la numerosa famiglia in Bangladesh. Dieci anni di crescita lavorativa e personale, di dubbi, di incertezze e d'integrazione sociale, fissati su pellicola da Giraldi, che con gli allora adolescenti extracomunitari è sempre rimasto in contatto.
«In linea generale i ragazzi sono molto motivati e hanno una gran voglia d'imparare un mestiere per riuscire quanto prima a mandare soldi a casa, ma anche di sentirsi accettati dalla nuova realtà in cui vivono. Le loro famiglie hanno fatto un pesante investimento economico ed emotivo, per cui si sentono responsabilizzati e non vogliono deluderle», spiega Luca Saviano, coordinatore della Comunità educativa che accoglie adolescenti e ragazzi tra i 12 e i 18 anni provenienti da situazioni di disagio, e, appunto, ”minori non accompagnati”, come li definisce la legge, inviati dai servizi sociali dei comuni della regione. Un percorso che prevede un progetto sociale ed educativo personalizzato a 360 gradi attorno ai ragazzi: sanitario, di apertura all'esterno, di alfabetizzazione, di educazione civica, e formativo, con i corsi del Centro di Formazione professionale del Villaggio. www.fabriziogiraldi.com





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